LINGUISTICA ITALO-GRECA

1. Materiali per un Lessico storico etimologico dei dialetti calabresi; 2. Studi etimologici e storico-linguistici 3. Vocabolario storico della Grecità calabrese

lunedì 4 giugno 2007

VSECL - Lettera Α

a [a] congz. ‘se’ (bov), abbr. di → an.
☞ a ssói, éla ‘se vuoi, vieni’; to écanna an ísonna ‘lo farei se potessi’ ◆ gr. ἄν  LG 32; Crupi 1981:75.a! [a] inter. ‘ah!’, esprime soddisfazione, meraviglia; esortazione rivolta agli animali da lavoro (bovini, equini) (bov). ◆ gr. α!
a! [a] escl. esortativa ‘vai!’ → áme ‘andiamo!’ (bov).
◆ imp. pr. abbr. di gr. ἄγε!
a? [a] interr. ‘eh?
a' [a] numer. abbr. ‘uno’ (bov)→ éna.
◆ gr. ἕνα.
a' [a] a. ‘santo’ (bov) → ájo.
+ ampári t'a' Jorgíu ‘mantide religiosa’ ◆ gr. ἅγιος.
-a [a] desinenza di s. m. e f. (bov).
☞ cléfta ‘ladro’, mína ‘mese’; ríga ‘re’; curátora; trósta f. ‘trota’ ◆ gr. -ης, -ας negli esiti di -ατορας  LG 245, 518.
-a [a] desinenza di avverbi parossitoni e proparossitoni  -á.
☞ 1. alárga ‘lontano’, ísa ‘direttamente’; ismía ‘insieme’; mágna ‘bene’; pánda ‘sempre’; príta ‘prima’; spithía ‘spesso’; 2. áḥara ‘male’; anáscila ‘a pancia in su’; ğlígora ‘subito’ 3. Assai produttivo di neoformazioni da basi romanze: cérta, cúntra, drítta, fítta, fúnda, giústa, pulíta, túnda, viáta  cal. -u: fíttu ‘intensamente’ ◆ gr. -α; vi confluisce anche gr. -ως . LG 1; TNC:1 6.
1 [a] desinenza di avverbi ossitoni (bov)  -a.
kalá ‘bene’, condá ‘vicino’; crifá ‘di nascosto’; spilá ‘in alto’ ◆ gr. -ά; vi confluisce anche gr. -ῶς.

2 [a] desinenza di sostantivi f. ossitoni (bov).
☞ forá ‘volta’; leḍḍá ‘sorella’, sporá ‘seme’ ◆ ngr. –ά.
3 [a] desinenza di nomi di mestiere, appellativi, soprannomi, cognomi m. ossitoni (bov).
1. Nomi di mestiere > cognomi: attiná ‘pettinaro’; azzará ‘pescatore’; barillá ‘produttore o venditore di barili’; cannatá ‘fabbricante di cannate’; cannistrá ‘fabbricante di cesti’; caravá ‘capitano di nave’; cartellá ‘fabbricante di ceste’; catricalá ‘fabbricante di trappole’; ceramidá ‘produttore di tegole’; cirá ‘commerciante di cera’; copaná ‘fabbricante di mazze’; cosciná ‘fabbricante di crivelli’; crevattá ‘fabbricante di letti’; crisará ‘fabbricante o venditore di stacci’; cuvertá ‘fabbricante o venditore di coperte’; facciolá ‘venditore di asciugamani’; farcomatá ‘calderaio’; faromatá ‘stagnino’; flascá ‘fabbricante o venditore di fiaschi’; galatá ‘lattaio’; jidá ‘capraio’, laγaná ‘coltivatore o venditore di cavoli’; lainá ‘fabbricante di brocche’; lanatá ‘conciatore di pelli di pecora’; maierá ‘venditore di coltelli’; rodá ‘fabbricante di ruote’; saccá ‘fabbricante di sacchi’; veloná ‘venditore di aghi’; zzuccalá ‘venditore di pentole’ 2. Appellativi, soprannomi: cefalá ‘dalla testa dura’; cilará ‘pancione’; fagá ‘mangione’; hilá ‘labbruto’; lalá ‘chiacchierone’; pallavá ‘citrullo’; †petuḍḍá ‘farfallone’ ◆ cal. –àru, gr. -ᾶς < -έας  Robert 1944:52-3; Nikas 1997:540.
4 [-'a] desinenza di s.n. con valore coll., in genere toponimi, sp. nella Calabria merid., caratterizzati dalla presenza di piante o animali o da certe caratteristiche del terreno (bov).
☞ pl. –ádi 1. Agrappidá ‘luogo di peri selvatici’, Amiddalá ‘mandorleto’; Cannavá ‘luogo di coltura della canapa’, Cardá ‘cardeto’, Caridá ‘noceto’, Ciminá ‘luogo di comini’, Cossifá ‘luogo di merli’, Daffiná ‘luogo di allori’, Dasá ‘zona boscosa’, Donacá ‘giuncheto’, Marasá ‘finocchieto’, Melicuccá ‘luogo di melicocchi’, Sciná ‘luogo di lentischi’, Silipá ‘luogo di vegetazione delle silipe’, Spartá ‘ginestreto’; 2. Cossifá ‘zona di merli’, Perdicá ‘zona di pernici’, Trivoná ‘zona di tortore’; 3. Lisará ‘luogo sassoso’, Petroná ‘luogo sassoso’  cf. cal. sett. Maratèa (con –èa); cal.-ára = it. –eto ◆ gr. ‐ᾶς < -έας; cf. -a3 & LG 60.
a- [a] morfema privativo, tuttora produttivo di aggettivi verbali negativi (bov).
acanúnisto ‘non guardato’; ácarpo ‘non fruttifero’; acatháristo ‘non sgusciato’; acérato ‘senza corna’; acládisto ‘non potato’; áclasto ‘non rotto’; áclosto ‘non torto’; acólisto ‘che non perde tempo’; acónisto ‘non affilato’; acópisto ‘non tagliato’; acoscínisto ‘non vagliato’; ácrando ‘puro, genuino’; acránisto ‘socchiuso’; acrópisto ‘non concimato’; acúresto ‘non tosato’; ácusto ‘non sentito’; afágasto ‘non mangiato’; afánisto ‘scomparso’; afénesto ‘non tessuto’; afítesto ‘non piantato’; áfono ‘senza voce’, ‘afono’; ágalo ‘senza latte’; ágrasto ‘non scritto’; agrónisto ‘sconosciuto’; aḥárresto ‘non pensato’; aḣórasto ‘non comprato’; ajénesto ‘non fatto’; ájenno ‘che non ha generato’; ajíresto ‘non cercato’; álesto ‘non macinato’; amálasto ‘non pascolato’; amínesto ‘inaspettato’; amíriasto ‘indiviso’; anágrosto ‘sconosciuto’; análato ‘senza sale’; ancígnesto ‘non usato, nuovo’; anénghisto ‘non toccato, non usato, intatto’; apálisto ‘non bagnato, asciutto’; ápisto ‘non creduto’; ápiasto ‘non preso, inafferrabile’; aplátesto ‘non parlato, non detto’; áplisto ‘non lavato’; apótisto ‘non irrigato’; apúlesto ‘non venduto’; ascálesto ‘non sarchiato’; áscasto ‘non zappato’; ascimúgnesto ‘non fidanzato’; áscisto ‘non spaccato’; ásperto ‘non seminato’; ásvisto ‘non spento’; athéristo ‘non mietuto’; atrípisto ‘non forato, non bucato’; avíźesto ‘non allattato’; ávrasto ‘non cotto, non bollito’; avúḍḍesto ‘non otturato’ ◆ gr. ἀ-.
ábbaco ['abbako] s.n. ‘abaco’ (bov).
abbáco [ab'bako] s. m. ‘tempo’ (bov).
☞ írta ad abbáco ‘sono venuto nell'incertezza’; den éḣo abbáco ‘non ho tempo’; cal., cil. t'abbáca ‘hai tempo a…., hai voglia a…’ ◆ lat. AD VACUUM.
abbandiéguo [abbandi'egwo] v. tr.  ‘proclamare’  ‘gridare’ (bov)  bandiéguo.
◆ cal. vandiàri ‘proclamare con bando’ + ngr. –εύω.
abbandunégguo [abbandu'neggwo] v. tr. ‘abbandonare’ (bov).
◆ cal. abbandunàri + ngr. –εύω.
abbastégguo [abba'steggwo] v. intr. ‘bastare’ (bov)  bastégguo.
◆ cal. abbastàri + ngr. –εύω.
abbáti [ab'bati] s. m. ‘abate’ (bov).
☞ gen. tu abbatíu; cal. abbàti ◆ ngr. ἀββᾶς.
abbatía [abba'tia] s. f. ‘abbazia’ (bov).
☞ ctr. Cardeto ◆ ngr. ἀββατεία.
abbattégguo [abbat'teggwo]  v. tr. ‘sbattere’;  v. intr. ‘bussare’ (bov).
☞ impf. abbátteue; aor. abbáttezze (b); abbáttespe (r) ◆ cal. abbattìri + ngr. –εύω.
abbénto [ab'bento] s. n. ‘pace, requie, riposo’ (bov); cf. hjato, stolí.
◆ cal. abbèntu <>
abbídema [ab'biðema] s. n. ‘anello di matrimonio’ (bov).
☞ cf. cal. affidàgghja ‘anello di matrimonio’ ◆ ngr. *ἀββίδεμα < *μπίδεμα <>
abbisognéguo [abbiso'ɲegwo] v. intr. ‘abbisognare’ (bov)  bisognéguo.
abbísi [ab'bisi] s. n. pl. ① ‘cose’, ‘masserizie’, ‘attrezzi’,  'cianfrusaglie', ‘oggetti messi alla rinfusa’ (r)  ‘testicoli’ (bov); anche bísi.
úlla túnda bbísi 'tutti questi attrezzi' (g); i bbísi ‘l'aratro’ (Africo) ◆ Rohlfs postula un mgr. *ἀββίσος «di origine certamente non greca» & LG 1; Crupi 1981:74.

continua

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domenica 20 maggio 2007

Vocabolario storico etimologico calabro-greco

Vocabolario del greco-calabro (bovese)
A Bruno Casile


Premessa

MOTIVO E SCOPI DEL VOCABOLARIO
a) Il Vocabolario, in elaborazione presso lo studio di Glottologia e Linguistica della LUMSA Università di Roma, intende anzitutto rispondere alla necessità di un repertorio bilingue ad uso dei Bovesi, o meglio di tutti i grecofoni “superstiti” e soprattutto di coloro che per vari motivi desiderano apprendere o approfondire l'italogreco.
I lessici del Rohlfs, del Karanastasis e del Caracausi sono preclusi agli utenti non specialisti: per leggere il LG occorre conoscere il greco antico e il tedesco, l'ILEIKI è precluso a chi ignora il neogreco e la complessa simbologia fonetica introdotta dall'autore. Assolutamente insufficiente il Wortindex aggiunto dal Rohlfs in appendice al LGII, un indice lessicale che contiene peraltro anche voci dialettali romanze.
I vari lessici preparati da studiosi (Morosi, Pellegrini, Rohlfs, Falcone) o da cultori locali (Crupi, Violi, D'Andrea, ecc.) sono incompleti e utilizzano criteri di trascrizione diversi e a volte incoerenti.

b) Il Vocabolario si propone inoltre di integrare e correggere i repertori lessicografici esistenti, fornendo altresì uno strumento utile agli specialisti che intendono verificare la situazione attuale (grado di sopravvivenza, vitalità, tendenze evolutive) del patrimonio lessicale e dell'intero sistema linguistico grecanico calabrese.

Per questo si includono nel Vocabolario i seguenti dati:
1. Voci greche tuttora vitali nella Bovesía.
2. Voci di etimo greco ora obliterate nella Bovesia, ma attestate in documenti di epoche varie.
3. Voci di etimo greco ignote al bovese, ma attestate nelle parlate calabro-romanze, specialmente nell'anfizona romanza aspromontana.
4. Cognomi, soprannomi e toponimi di origine greca, testimoni della vitalità di sostantivi e appellativi un tempo vitali. Questo corpus, in considerazione della estrema conservatività che caratterizza l’onomastica, è particolarmente cospicuo.
5. Voci di etimo romanzo acclimatate ormai da tempo nella Bovesia tanto che devono essere considerate bovesi a pieno titolo: la loro presenza e il grado di interferenza costituiscono una dato sociolinguistico di rilievo per valutare l’evoluzione del conflitto greco-romanzo, giunto ormai alla fase terminale.
6. Neologismi di origine neogreca, importati dai grecofoni che hanno intensificato i loro rapporti con la Grecia, e diffusi nella stampa locale in lingua (marcati con il diacritico °). Si aggiungono alcune proposte per un arricchimento del lessico, in vista di una auspicata ripresa della grecofonia. Se una lingua non ha la forza di rigenerarsi, se non è più adatta alla comunicazione, fallisce il suo scopo fondamentale e viene fatalmente obliterata. I neologismi accettati sono scelti cum grano salis, essendo chiaramente da respingere il tentativo, peraltro velleitario, di taluni di introdurre il lessico neogreco tout court nel grecanico per rivitalizzarlo e per rafforzare l'identificazione, alquanto demagogica e anacronistica, con la "madrepatria".

c) Una sezione specifica in corpo minore è dedicata alla struttura grammaticale, alla fraseologia, alla storia semantica, all'etimologia e alla documentazione storica e alla bibliografia. I dati finora elaborati sono cospicui, ma dispersi in sedi spesso di difficile reperimento.


CRITERI DI TRASCRIZIONE

NORME ORTOGRAFICHE
Il bisogno di instaurare una tradizione normativa semplice, coerente e accettabile in tutta la Grecía si è fatto impellente in considerazione dell'incremento della produzione letteraria in versi e in prosa. L'esigenza della semplicità ha la prevalenza, anche se spesso contrasta con la necessità di disambiguare la scrittura.
Si è preferito un sistema lineare, esemplato sulla norma grafica dell’italiano, che fosse intuitivo e di agevole lettura, facile per la tipografia e la dattilografia, e tuttavia non ambiguo.
Tale criterio, che riprende la grande tradizione lessicografica dialettale ottocentesca, è stato già adottato da altri studiosi; per il sardo, ad esempio, alla grafia fonetica preferita dal Wagner nel suo Dizionario etimologico sardo (DES), Massimo Pittau preferisce la grafia tradizionale per i lemmi del Dizionario della Lingua Sarda - fraseologico ed etimologico (DILS), una grafia ormai standardizzata.
Problema non secondario delle lingue subalterne (dialetti, varietà alloglotte) che cercano di uscire dall’oralità è la mancanza di una tradizione ortografica.
I criteri qui adoperati conciliano vari tentativi sperimentati in precedenza, per molti versi incoerenti e insoddisfacenti o troppo "dispendiosi".

Le forme onomastiche ufficializzate (cognomi, toponimi, idronimi) sono lemmatizzate con la grafia ufficiale, e, ove opportuno, anche con la dialettale (Milòhi ‘Molochio’).
Le forme dialettali italoromanze sono rese di norma con la grafia adoperata dal Rohlfs.

DIACRITICI
Uno degli scopi principali di questo Vocabolario è suggerire una norma ortografica atta ad agevolare e incoraggiare il ricorso alla scrittura da parte dei comuni utenti della lingua. Abbiamo pertanto cercato di evitare l’uso di diacritici, che, almeno in larga parte della tradizione scrittoria europea, caratterizzano le lingue morte, moribonde o i dialetti senza tradizione scrittoria, ridotti a oggetto di studio sul tavolo anatomico dei linguisti.
Un sistema di trascrizione semplice e orientato al lettore non grecista è quello di Domenico Comparetti (1866) che però presenta gravi incoerenze e ambiguità.
Abbiamo ritenuto necessario suggerire un'ortografia che distingua l'affricata palatale [ɟ] caratteristica dell'italogreco e delle parlate calabroromanze, dall'occlusiva velare [g] mediante la coppia grafematica . Non si è ritenuto invece di assegnare un grafema distinto alla variante fricativa della velare sonora in quanto essa ricorre nelle condizioni fonotattiche prevedibili (la trascrizone fonetica [ç] disambigua comunque i casi dubbi).
Lo stesso criterio vale per le dentali [d] e [đ], che sono in distribuzione complementare e pertanto possono essere rese con il medesimo simbolo grafico .

La coppia <ź> distingue l'affricata dentale sorda [ts] dalla sonora [dz], mentre la continua sibilante sonora è resa con <ś>.

Abbiamo inoltre recepito, in omaggio alla tradizione ortografica italiana, maggioritaria nella Bovesìa, anche il digramma con il valore di occlusiva velare avanti vocali palatine, evitando la legittimazione ortografica di , inutile per la sua scarsa occorrenza e perché il suddetto digramma è disambiguato dalla compresenza di per la fricativa velare e di per la palatale. Il digramma è adoperato dal Comparetti in maniera incoerente: ora per [x] (manachò), ora per [ç] (zichì), ora per [k] (manchèguo). La pressione dell'analogia di paradigma, operante in tutte le lingue naturali, ha condizionato anche le scelte grafiche nella tradizione scrittoria locale, che si è consolidata soprattutto nel corso del XX secolo: catríca, pl. catríchi.

La pronuncia velare di nel nesso è segnalata da un diacritico sopra la lettera: <ğ> (ğlicó, ğlígora, ecc.).
Abbiamo poi assegnato a il valore di fricativa palatale sonora [y] (jaló, ájo, ecc.), al posto del più “costoso” e fuorviante trigramma , che si rende disponibile per l'affricata omotopica.
Le cacuminali, che vari autori – fra cui il nostro Casile – non segnano con regolarità, sono sempre indicate con il punto sottoscri
tto: <ḍ>, <ṭ>.

Per la fricativa palatale [ç] il Rohlfs – seguito da molti scrittori locali – adopera il grafema greco <χ> (χinno) che presenta difficoltà tanto grafiche quanto tipografiche.
La sibilante sorda [s] è resa con
, che rappresenta anche l'allofono sonoro [z]. Quando tale fono sonoro è in opposizione con l'affricata omotopica [dz], come avviene di solito nella subarea amendolese, si adopera il simbolo <ś> (ad. es. nel suffisso r. -áśo ['azo], b. -áźo ['adzo].
Un altro allofono geolinguisticamente interessante è la liquida laterale cacuminale, presente in alcune areole dell'amfizona romanza, per cui si adopera il simbolo < ḷ > (paḷḷa).

Geminate
Intense iniziali
La fricativa palatale intensa /∫:/ è resa con <šš>, essendo in correlazione con la scempia /∫/ <š>, sia iniziale che interna. Analogamente si registra /tts/ iniziale di parola con . Si noti che la variante non bovese /sp/ è lemmatizzata nei casi in cui essa prevale nella pronuncia odierna (ad es. la variante bovese zziló rimanda al lemma spiló che è ormai generalizzato). La fricativa dentale sorda geminata [θ:] è resa con , scrizione più economica del quadrigramma preferito dal Graecanic Electronic Dictionary del WCL (acaththàci > acattháci).

Rossi Taibbi e Caracausi
Pur accogliendo in linea di massima il criterio adoperato dal Rohlfs, abbiamo ritenuto inutile l'uso di per la velare sorda [k] e di <ć> per l'affricata palatale [ʧ]; qui abbiamo preferito mantenere la polivalenza del grafema «c», cui gli utenti sono abituati nell'uso dell'italiano scritto (casa, Ciccu, ciucciu).
Karanastasis ha seguito la prassi in uso nella redazione del Lessico neogreco dell'Accademia di Atene: rinuncia ai simboli IPA e ricorre a un complicato sistema di trascrizione concepito in base all'alfabeto greco moderno. Ma la sovrabbondanza di diacritici rende illegibile l'ILEIKI ai non specialisti.


Norme ortoepiche

I sostantivi e gli aggettivi che terminano in –u (macánnu) sono vitali particolarmente o esclusivamente nella varietà romanza. L'eventuale normalizzazione in –o può essere lasciata alla sensibilità sociolinguistica dell'utente.

Accenti
L’accento grafico è sempre grave, conformemente al regime del monotonicò dell’ortografia neogreca attuale; nel bovese, come nei dialetti calabresi meridionali, l'opposizione di apertura nei timbri vocalici intermedi è neutralizzata /[e] [ɛ]/ ; /[o] [ɔ]/ a favore di una realizzazione generalmente aperta, che si può rendere con , .

SISTEMA DI TRASCRIZIONE

grafemi simboli tratti articolatori
fonetici
a [a] vocale centrale aperta
e [e] vocale anteriore mediana
i [i] vocale anteriore chiusa
o [o] vocale posteriore procheila mediana
u [u] vocale posteriore procheila chiusa
p [p] occlusiva bilabiale sorda
b [b] occlusiva bilabiale sonora
f [f] fricativa labiodentale sorda
v [v] fricativa labiodentale sonora
t [t] occlusiva dentale sorda
d [d] occlusiva dentale sonora: cúnduro;
[δ] fricativa alveolare sonora (in posizione iniziale e intervocalica): dóndi ['δondi], pódi ['poδi]
th [θ] fricativa alveolare sorda: thélo ['θelo]; geminata [tth]
ṭ [ʈ] occlusiva dentale sorda retroflessa:
ḍ [ɖ] occlusiva dentale sonora retroflessa: aḍḍo ['aɖɖo]
z [ts] affricata alveodentale sorda
zz [tts] affricata alveodentale sorda intensa
ź [dz] affricata alveodentale sonora
źź [ddz] affricata dentale sonora intensa:
c [k] occlusiva velare sorda (avanti a, o, u e consonante);
[ć] affricata palatale sorda (avanti e, i, j);
ch [k] occlusiva velare sorda avanti a vocale palatina e, i: cherci, catrichi, chilo ['kilo] (di contro a hilo ['çilo]);
chj ḱ [kj] affricata palatoalveolare (schiacciata) sorda: chjamari, chjòzu, chjòvi
cchj [kkj] affricata palatale sorda geminata: lúcchjo ['lukkjo]
g [ǵ] affricata palatale sonora (avanti e, i, j);
[g] occlusiva velare sonora(avanti a, o, u e consonante);
[γ] fricativa velare sonora (in ambiente sonoro)
ghj [gj] affricata palatoalveolare sonora, di solito intensa: ogghju
ğ [ɣ] fricativa velare sonora nel nesso [gl] (di rara occorrenza): ğlìgora.
gl [ʎ] fricativa laterale intensa (avanti i, e, j): ìglio;
gn [ɲ] nasale palatale (intensa)
hj [ç] fricativa palatale sorda avanti a, e, o, u: hjatu, ahjèḍḍaco, hjócca;
hhj [çç] fricativa palatale sorda intensa: ahhjéri [aç'çéri], ahhjerónno [aççe'ronno]
h [h] fricativa glottidale (aspirata)
A volte fricativa velare sorda lene (avanti a consonante): láhri [laxri];
fricativa palatale sorda [ç] avanti i (ich-Laut): hílo ['çilo]
ḣ [x] fricativa velare sorda forte (ach-Laut), iniziale o intervocalica: ḣánno ['xanno], ḣróno ['xrono], aḣò [a'xo],
ï vocale in iato: manïari "maneggiare".
j [j] fricativa palatale sonora; approssimante palatale [y] (semivocale)
l [l] liquida laterale
ḷ [ɭ] liquida laterale cacuminalizzata (Africo, Ferruzzano, Samo)
m [m] continua nasale bilabiale;
[ɱ] continua nasale labiodentale [ɱ] (allofono)
n [n] continua nasale dentale; continua nasale velare [ŋ] (allofono)
qu [kw] labiovelare sorda
r [r] continua vibrante apicoalveolare
ṛ [ṛ] vibrante cacuminalizzata di alcune varietà cal. mer.: caváṛu, gáṛu, còṛu, addèṛa
s [s] sibilante alveolare sorda: stíḍḍa
ś [z] sibilante alveolare sonora tipico esito dell’affricata dentale sonora nell’Amendolea (-aśo, -iśo = bov. -aźo, -íźo; ). E’ resa con quando la sua realizzazione è automatica (sborïari, sdingari, smammari).
ḍṛ [] nesso cacuminalizzato sonoro, di norma intenso: ḍṛàgu, ḍṛittu
ṣṭṛ [] nesso palatoalveolare cacuminalizzato. Es. ṣṭṛàta, ṣṭṛanìa, ṣṭṛicàri
sc [š] [∫] fricativa palatale sorda avanti voc. palatina, normalmente intensa: músciu ['muššu] ‘moscio’, sceccu, truscia; ma músciu ['mušu] ‘micio’
ṭṛ [] nesso cacuminalizzato sordo: peṭṛa;
ə [ə] vocale centrale neutra indistinta

ORDINE ALFABETICO

In armonia con i principi e gli scopi su indicati, anche l'indice alfabetico è ordinato secondo la sequenza affermatasi nella tradizione lessicografica italiana. La scelta, che potrebbe apparire in qualche caso incongrua, è consigliata dall'esigenza primaria di facilitare la consultazione agli utenti non specialisti e di garantire un'agevole resa grafica che stimoli la creazione di una tradizione ortografica bovese con il minimo ricorso a diacritici. Perciò l'ordine dei lemmi è il seguente:
a, b, c, d, e, f, g, h, ḣ, i, j, k, l, m, n, o, p, q, r, s, t, u, v, z, ź

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Profili di parole

Vicende di americanismi nei dialetti
Il soprannome Veruboia

Il soprannome Verubòia, in uso a Melicuccà (Reggio Calabria), registrato nel repertorio di soprannomi calabresi di G. Rohlfs (1), lascerebbe intravedere a prima vista, corredato com'è della spiegazione ‘vero boia’, un normale processo di creatività linguistica con cui si originano in genere i nomignoli: una di quelle «assurde e inconcepibili occasioni che possono stuzzicare la fantasia popolare» (2) dando origine alla 'ngiuria, in base al principio che figura esposto nell'Introduzione alla preziosa raccolta del Rohlfs: «Sono di un'incredibile varietà i motivi dai quali il nomignolo si può ispirare. Mentre valore e significato di un tale nome generalmente risulta chiaro e evidente nella sua traduzione letterale, il particolare motivo dal quale ha potuto spuntare, rimane spesso oscuro» (p. 307). Stando dunque al Dizionario del Rohlfs, il “particolare motivo” che ha generato il nomignolo si lascerebbe individuare in una di quelle circostanze occasionali per cui un individuo che non ha mai esercitato la professione, ormai peraltro alquanto desueta, di boia, può essere qualificato, specialmente in un piccolo centro rurale quale è Melicuccà, come ‘vero boia’, per ironia, per celia o per altro motivo.
A volte, però, la trasparenza semantica è solo il risultato dell'etimologia “prossima”, che cela una vicenda più complessa, rimandando ad una etimologia “remota“, secondo concetti adoperati dal Devoto (3). Il soprannome Veruboja è in realtà un interessante esempio di “rimessa lessicale” degli emigrati in America agli inizi del secolo, e rappresenta l'esito dialettale di una reinterpretazione di ingl. water boy, ‘ragazzo adibito a portatore d'acqua’. L'etimo mi è stato riferito dal legittimo titolare della 'ngiuria, il sig. Giuseppe Oliveri, anziano e pacifico agricoltore scomparso da pochi anni, che certo non meritava, se non per un'improbabile antifrasi, il sinistro epiteto. Nei primi anni del secolo il sig. Oliveri, nel corso del “grande esodo”, epica e pionieristica corrente migratoria di peones italiani conseguente alla grande crisi economica di quegli anni, emigrò ancora adolescente a New York, dove fu adibito all'umile mansione di portatore di acqua. Rientrato in Italia negli anni Trenta, insieme ad altre decine di compaesani, si portò appresso uno scarso capitale, ma in compenso un soprannome nuovo, con cui veniva designato dai conoscenti nella lingua della giobba (4). Il soprannome piacque ai compaesani suggestionati dal fascino esotico delle novità d'Oltre Oceano, e fu adattato dapprima nella forma Loruboja, evidentemente tramite *Uorubòja, *Orubòja o sim. che presuppongono una pronuncia slang di ingl. water. Il soprannome, peraltro tuttora vitale specialmente tra i più anziani, fu però ulteriormente modificato, per quell'esigenza insopprimibile di affabulazione mitopoietica che è spesso all'origine della rimotivazione etimologica popolare, in Veruboja ‘vero boia’, forma che è finita col prevalere, pur senza obliterare del tutto la prima. Nel 1978 segnalai per lettera al Rohlfs questo caso singolare di rimotivazione lessicale, ma l'illustre studioso preferì accogliere nel suo repertorio solo l'“etimologia prossima”.
Eppure la rimotivazione di ingl. boy ‘ragazzo’ in boja ‘garzone, fattorino, ecc.’ era stata già segnalata da Menarini (5) ed era apparsa ancor prima in testi letterari (6), ancorché ignorata da G. Alessio nella sua nota sugli americanismi in Calabria (7). La diffusione dell'esotismo nelle parlate dialettali dell'Italia centro-meridionale, cioè nelle regioni che più contribuirono al grande esodo migratorio dei primi anni del secolo, è confermata da E. Giammarco (8) e da M. Di Giovanni (9): cf. abr. bòjë ‘ragazzo svelto, che sa far di tutto’ a Città S. Angelo (PE).
Una conferma puntuale di tale trasmissione lessicale nei dialetti dell'Italia meridionale è ora nel volumetto di poesie di Pietro Necci, Canistro, Roma 1991, che documenta il rientro di un altro “water boy” dagli Stati Uniti d'America nel natio paese di Acuto (Frosinone), dove l'ex emigrato, che ha fatto il sacrestano fino alla fine dei suoi giorni, è stato soprannominato Rabbòjo:
«Rabbojo. Stu nome che vo' di'
nu saccio proprio.
Saccio sulo
che chisto è nn'ome bbono
che cando iu chiamaveno “Rabboio”
ie' pensava a Rabbì, Gesù Maiestro...».

In calce alla sua poesia, il Necci annota: «... mi è venuta subito in mente la parola ebraica Rabbi ... Fatta un'indagine più accurata, sono venuto a sapere che questo soprannome derivava dalla espressione inglese “Water-boy” (portatore d'acqua), mansione che l'interessato ha svolto nella sua permanenza in America per guadagnarsi la vita». (p. 69).

Due “storie di vita” significativamente somiglianti si trovano dunque sedimentate in due umili nomignoli di aree dialettali diverse, vivida testimonianza di un frammento di storia di questo popolo di “Trasmigratori” ridotti a portare acqua nella “Mèrica Sanemagogna” (10).
La presente postilla potrà risparmiare ad eventuali studiosi inutili fatiche di divinatio etimologica, dacché - esauritasi ormai da tempo la stagione degli anglo-americanismi lessicali veicolati dall'emigrazione transoceanica - l'esile filo che collegava le forme dialettali con il loro lontano archetipo formale è ormai definitivamente reciso.

Paolo Martino
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(1) G. Rohlfs, Dizionario dei cognomi e dei soprannomi della Calabria, Ravenna, Longo, 1979, p. 461.
(2) G. Rohlfs, ibid., p. 307, n. 4.
(3) G. Devoto in Lingua Nostra I, 1939, pp. 45-6.
(4) Cf. G. Prezzolini, La lingua della ‘giobba’, in Lingua Nostra I, 1939, pp. 121-122.
(5) A. Menarini, L'italo-americano degli Stati Uniti, in Lingua Nostra I, 1939, p. 156.
(6) L. Capuana, Gli Americani di Ràbbato, Palermo 1912, p. 240.
(7) G. Alessio, Americanismi in Calabria, in Lingua Nostra IV, 1942, p. 41.
(8) E. Giammarco, Dizionario abruzzese e molisano, Roma 1968-79, p. 330.
(9) M. Di Giovanni, Angloamericanismi nei dialetti medioadriatici, in Rivista Storica Calabrese, N.S. III, nn. 1-2, 1982, p. 99.
(10) Cf. A. Livingstone, La Merica Sanemagogna, in The Romanic Review IX, 2, 1918, pp. 206-226; Sanemagogna, in Lingua Nostra IV 1942, p. 102; S. E. Scalia, Sanemagogna, in Lingua Nostra XI 1950, pp. 91-94.



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